I
suoi inizi, come mai dall’Istituto Universitario
di Architettura di Venezia ha poi intrapreso la carriera
di disegna-tore, è stato difficile un po’ come
per tutti o la sua bravura…
Inizi difficilissimi ho passato un periodo molto
lungo senza pubblicare anche se continuavo a fare storie. È un
po’ lunga da raccontare, inizi lunghi, difficili,
perché o io non ero capace o era un tipo di segno
talmente personale, da non venire accettato. Ci sono
stati dei momenti in cui cercavo di pubblicare ma quello
che facevo venivano in generale modificato.
Da ‘Alice brum brum’ però...
Sì, da Alice brum brum ho trovato
la possibilità di un editore indipendente,
chiamiamolo così, che mi ha permesso
di pubblicare queste storie, ma proprio perchè era
un editore indipendente, la pubblicazione era
molto limitata, comunque ho preso l’occasione
per fare e continuare. Dopo Huckleberry Finn,
piano piano ho iniziato a fare altre cose.
Pensa chela prima volta che ho avuto la possibilità di
pubblicare su Linus, mi hanno chiesto delle
storie sportive, dei piccoli episodi sul mondo
del calcio. Prima c’erano altre riviste
come il Mago o Eureka su cui ogni tanto pubblicavo
delle mie cose, ma sempre in maniera molto
sporadica.
Come e perché ha scelto di vivere a Parigi, l’Italia
forse aveva ed ha troppo poco da offrire a un disegnatore. Ve-do che
molti disegnatori se ne vanno, è una fuga, un rifugio o..?
No! Ma
la mia è stata una scelta, io è da tanto che lavoravo
già con la Francia per cui sarei potuto permettermi di anche
starmene in Italia e lavorare con l’estero, diciamo che era un
cambio di energie. La decisione di andare in Francia non è stata
mossa solamente da motivi di lavoro ma anche da motivi privati. Non
sono fuggito dall’Italia perché non avevo lavoro, la cosa
assurda, più comica è che da quando sono andato a Parigi
ho avuto tantissimi lavori dall’Italia.
Lei è considerato il massimo esponente della corrente stilistica
dell’espressionismo fumettistico in cui l’uso del colore
ha una rilevanza maggiore su tratti tipici del fumetto come la semplicità grafica
e l’immediatezza.
Non sapevo di essere tra i più grandi responsabili dell’espressionismo!
Ci sono anche altri autori che hanno lavorato con l’espressionismo,
diciamo che è un tratto che esprime, che comunica direttamente.
L’uso del colore è senz’altro una delle mie caratteristiche,
però diciamo che a livello razionale tendo ad andare dall’altra
parte, ad andare oltre, non ne faccio di questa una formula. In maniera
naturale si può dire che sono un emotivo, quindi un espressionista,
ma nel lavoro mi affascina sempre di più il controllo e, la
composizione, quindi l’opposto.
E’ per questo che il suo tratto è in continua evoluzione?
Il tratto è in evoluzione perché cambiamo continuamente
e poi perché dipende molto anche dalle storie che affronti. È chiaro
che l’atmosfera in Jekyll [Jekyll e Hide nda] ha influenzato
tantissimo: ho deciso di fare una storia che non avesse quasi niente
a che vedere con il libro di Stevenson e credo di avere utilizzato
un tipo di immagine diversa dove l’espressionismo non sia poi
così evidente.
Quanto è stato influenzato dai suoi autori modello, se
ne ha naturalmente? Ho letto che autori come Sampayo sono stati il
suo punto di partenza.
Non un punto di partenza perché punti di partenza ce ne
sono stati tanti e dovremmo andare a ricercare altri disegnatori
che mi hanno affascinato. Munoz e Sampayo sono arrivati in un momento
molto importante; sono stati fondamentali per il rapporto che avevano
col proprio lavoro e con la realtà ma soprattutto come metodo
di approccio a determinati argo-menti. Tra gli autori fondamentali,
Alberto Breccia sicuramente, ma anche Renato Calligaro è stato
determinante per una mia idea di fumetto, un’idea di fumetto
che poteva toccare altre forme, che poteva evolvere nella stessa
storia.
Il suo tratto, i suoi disegni sono poco “classici”,
l’opposto di un segno semplice e “alla portata di tutti” come
può essere quello estremamente figurativo di suoi colleghi
come Milo Manara, la scuola Bonelli o se vogliamo quello della Bandesinee
classica. Come si spiega un successo mondiale per un segno così non
convenzionale, poco capibile, poco classico, non figurativo e quindi
più difficile da capire, che però magari trasmette
più emo-zioni…
Ma io considero il mio segno molto figurativo [Ride nda], che
poi lotti continuamente con una tendenza all’astrazione o all’espressionismo
sicuramente, però la mia tensione è quella di un disegno
descrittivo, che riesce a far capire quello che sta succedendo. Però c’è questo
tentativo, questa pulsione di raccontare le emozioni, o meglio di
andare direttamente alle emozioni. Il grosso problema è l’equilibrio
per tutte queste cose, una delle mie preoccupazioni più grosse è quella
di essere leggibile, soltanto che probabilmente tendo dall’altra
parte… Un fumetto comunque deve essere leggibile.
Però io penso al tratto di Manara, che è molto descrittivo,
molto semplice insomma… invece il suo è più elaborato.
È un tipo di disegno che non si basa sulla realtà,
diciamo che non è realistico, ma è figurativo e lavora
su delle distorsioni dei personaggi. All’inizio ero molto grottesco
poi piano piano mi son portato più verso a una dimensione
figurativa più naturale, non sempre caricaturale delle cose.
Come posso giustificare il mio “successo”, perché probabilmente
ho toccato delle corde che non hanno toccato altri o se le avevavo
già toccate prima, io l’ho fatto nel momento migliore,
al momento giusto e questo ha affascinato i lettori. Ti ricordo che
non ho comunque un pubblico molto grande, ma è un pubblico
molto specializzato.
Spesso per i suoi lavori ha collaborato con sceneggiatori, Jerry
Kramski in molte occasioni, Sentner per Caboto. Altre volte sceglie
di lavorare da solo, come nel caso di Fuochi, considerata da molti
la sua opera migliore. Come cambia il suo modo di operare proprio
di lavorare quando l’idea nasce in coppia oppure quando lavora
da solo?
Quando lavoro da solo è molto più faticoso perché tutto
ricade su me stesso e il lavoro si può trasformare in un labirinto
mentale da cui non si esce, è proprio per questo che amo lavorare
con altri sceneggiatori. Ci dev’essere un grande rapporto di
rispetto e di amicizia ed è un lavoro che nasce assieme e deve
finire assieme.
Quindi non è un lavoro puramente meccanico per esempio
fornire già il lay out.
No no assolutamente, anzi spesso parte proprio dal disegno e
poi si aggiunge il testo, è un lavoro molto di èquipe
e non ha niente a che vedere col metodo tradizionale. Preferisco
lavorare con qualcuno proprio per avere, anche solamente parlando,
un’idea molto più distaccata e chiara di quello che
si sta creando e questo mi permette uno sguardo più oggettivo.
Ha lavorato anche per un altro “mondo”, il mondo del
cinema. Suo è il manifesto della mostra cinematografica di
Cannes del 2000, quest’anno ha poi disegnato la locandina per
il film “I vestiti nuovi dell’imperatore”. L’anno
scorso al festival d’animazione di Annecy il film pilota del
suo Pinocchio ha vinto il primo premio. Quale è il suo rapporto
con quest’arte, se è un rapporto particolare o casuale
e quando vedremo nelle sale un suo lungometragggio?
Quello non lo so proprio…
Lo davano per scontato per quest’anno…
Si però non è ancora
in produzione Pinocchio, c’è un po’ di confusione.
Il mio rapporto col cinema è sempre stato di grande amore, di
grande fascino, ha creato il mio immaginario, soprattutto negli anni ’70. È un
linguaggio che mi ha influenzato moltissimo, quasi come quello della
musica. Quando ho avuto questa possibilità di Cannes, sai, lavorare
per un manifesto non è come lavorare al cinema, lavori a un
manifesto come lavori per una copertina di un giornale…
Ma per "I vestiti nuovi dell’imperatore" come
ha lavorato?
Mi hanno contattato, mi hanno fatto vedere la cassetta, abbiamo
tirato fuori qualche idea e si è deciso per quella. Un lavoro
che c’entra niente col cinema. Mentre lavorare per Pinocchio
vuol dire lavorare ai personaggi, lavorare alle scenografie, e impostare,
assieme ad Enzo D’Alò, la direzione artistica.
Su Carnet di Dicembre era presente una sua illustrazione di commento
ai fatti dell’11 settembre, due persone che si azzuffano in
cima a una torre e stanno per cadere, in che modo l’attualità può influenzare
il lavoro di un artista, se lo influenza?
Siamo sempre influenzati dall’attualità, anche se
non lo vogliamo l’attualità ci entra dentro. Poi ci
sono disegnatori che hanno un rapporto con l’attualità e
con la cronaca estremamente diretto e altri, come me, che invece
sono un po’ fuori. La satira è uno di questi lavori,
si lavora con quello che succede il giorno stesso, insomma un esercizio
mentale di analisi, di capacità di reagire alle cose che avvengono
in diretta … io non me la sento, non credo di essere bravo,
dietro le cose che ho fatto c’è tutt’altro tipo
di esercizio, un esercizio mentale. I lavori sull’attualità mi
fanno un po’ paura e spesso rifiuto lavori di questo tipo perché non
so bene come prenderli.
Mi spiace fare una domanda così banale, ma i progetti per
il futuro?
Dovrebbe uscire anche in Italia un nuovo libro (Einaudi) che
ho appena terminato che è stato pubblicato su un quotidiano
tedesco il Frankfurten Algemeiner. È una storia a puntate
che usciva ogni domenica, in una grande pagina a colori. Adesso le
abbiamo raccolte e ne faremo un libro, lo sceneggiatore è Corke
Zentner di Caboto. Sono molto contento perché in un anno sono
riuscito a fare due storie, che è una cosa straordinaria, è un
lavoro completamente diverso da Jekyll e Hyde e riprende un po’ il
mio filone intimistico.
Ultimissima, in un momento storico in cui i mezzi di comunicazione
di massa fanno sempre più da padroni, e quindi si legge sempre
meno e il cinema ha cali di pubblico, a che pubblico si può rivolgere
un “altro segno” come il suo?
Dipende molto da paese a paese, per farti un esempio in Francia il
mercato del fumetto è in piena attività. C’è una
produzione di 1200 titoli all’anno, è una delle industrie
che vanno meglio, hanno aumentato il fatturato del 20% rispetto all’anno
scorso. Non ci sono grandi regole, non so cosa dirti, io dicevo che
il fumetto diventava un mezzo di comunicazione sempre più elitario
e più intimista ma, come vedi, in Francia non è così.
Francesco Verni